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giovedì 21 aprile 2011

UN'INTERVISTA IENA-STYLE di MARILU' OLIVA

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È uscito con Eclissi il tuo romanzo “La gabbia criminale”, ambientato a Treviso, tua città d’origine. Se dovessi trovare un sottotitolo, quale sarebbe?
Il familismo amorale: una resistibile oscenità 
 
Quanto conta, in questo romanzo, la territorialità e la sua storia?
Conta molto, Treviso è una protagonista del romanzo, con le sue peculiarità in quanto a conformismo, chiusura, ipocrisia. 
 
Il tema della gabbia come metafora: oltre a quella criminale del romanzo, secondo te oggi da quali gabbie siamo intrappolati?
Paura del diverso, narcisismo, inadeguatezza: un cocktail micidiale, pieno di contraddizioni, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.


Il resto dell'intervista qui

giovedì 7 aprile 2011

TUTTI I COLORI DEL GIALLO (RAI-RADIO") - IL BLOG DI LUCA CROVI

http://giallo.blog.rai.it/2011/04/07/la-gabbia-criminale/



Alessandro Bastasi ci presenta il suo “La gabbia criminale” (Eclissi Editrice).
Com’è nato il romanzo?
Il romanzo è nato da un racconto che avevo scritto un po’ di anni fa, “Il muretto”, con i dialoghi in dialetto, dove rivisitavo affettuosamente i luoghi della mia infanzia, e cercavo di creare un acquarello di figure che, filtrate dal tempo, ogni tanto comparivano nella mia mente, delle quali mi chiedevo “Chissà dove sono adesso, che cosa sono, cosa stanno vivendo”?
Il rapporto con il mio territorio d’origine però col tempo e con il trionfo di quella Lega che ha in Gentilini il suo astro si è deteriorato, si è trasformato in amore-odio, e anche le figure del racconto nella mia mente si sono trasfigurate, diventando rappresentazioni emblematiche di un DNA profondo, viscerale, che dagli anni ’50 in poi, nonostante tutte le profonde trasformazioni subite, è arrivato praticamente intatto fino a oggi: quel familismo amorale, ipocrita e conformista causa prima di quel localismo chiuso in se stesso che trova nella Lega la sua epifania. E ho deciso di scrivere un noir “paesano”, in cui spicchi questo aspetto sopra ogni altro. Dove un duplice delitto compiuto nel ’53 è il pretesto per approfondire il contesto in cui questo è potuto accadere.
Perchè un titolo così emblematico?
Per i motivi che dicevo prima: la gabbia criminale è la famiglia intesa come microcosmo chiuso e fine a se stesso, “valore” assoluto al quale è possibile, anzi, doveroso sacrificare qualunque altro valore etico e sociale, per il quale ogni schifezza è giustificabile, purché, appunto, l’onore della famiglia sia salvo. E questo, come veneto d’origine e comunque legato a quella terra (anche se vivo a Milano da tanti anni) mi fa star male. Enrico Pandiani dopo aver letto il libro mi ha scritto: “Hai fatto uno spaccato impietoso delle tue parti ma si percepisce potentemente il desiderio che tutto fosse diverso.”
E’ stato facile mediare passato e presente nella narrazione?
In tutta la prima parte i piani temporali (anni ’50 e tempo presente) si sovrappongono e si confondono, perché l’io narrante, tornando a vivere nella casa in cui aveva passato i primi nove anni della sua vita, rivive immagini, figure, eventi di un’epoca lontana, e questo gli succede inaspettatamente, un odore, un suono, l’atmosfera inquietante della casa gli aprono improvvisamente una breccia nel profondo del suo io (la casa, in molta letteratura psicanalitica, rappresenta appunto l’io). In realtà tutta la prima parte del libro, in questo senso, avviene nella sua mente, dove il tempo non esiste. Con questi riferimenti, mediare tra passato e presente è stato relativamente semplice, forse all’inizio il lettore è un po’ sconcertato, ma poi si abitua subito.
Quali erano i fatti storici sui quali volevi che  si concentrasse maggiormente l’attenzione dei lettori?
Più che i fatti in se stessi, il mio intento era disegnare nel modo più efficace possibile (e il plot del noir ben si presta a questo obiettivo) un ambiente, in cui certo i fatti storici (il fascismo, i partigiani, la ricostruzione post-bellica, l’odio per i comunisti, ecc.) hanno la loro importanza, sono però visti sempre in relazione allo zoccolo duro di cui parlavo: una società che un tempo era succuba dei preti e dei padroni, dove si guardava alla propria sopravvivenza e ad accrescere se possibile il proprio benessere singolarmente, a scapito di qualunque interesse generale. Poi, certo, la storia entra nel romanzo, ma finalizzata soprattutto allo sviluppo delle vicende narrate e a far da riferimento alle motivazioni di certi comportamenti. 
Quanto è cambiata nel tempo Treviso?
Esteriormente è cambiata tantissimo, le amministrazioni degli ultimi dieci anni hanno fatto tantissimo per renderla bella, linda, pulita, anche grazie al famoso miracolo del nord-est di cui tanto si è parlato. Ma ho la netta sensazione che la sua anima profonda non sia cambiata, l’individualismo localistico e il disinteresse per un bene comune più generale, il familismo, il rifiuto del diverso non mi sembra che si siano attenuati in questi cinquant’anni, anzi! E sarà proprio “il rifiuto del diverso”, in questo caso il migrante, il tema centrale del mio prossimo romanzo, che avrà la medesima ambientazione.
Quanto trovi che il tuo sia un romanzo corale?
L’intenzione era di scrivere un romanzo molto corale, aiutato in questo dalla commistione tra passato e presente, dove molti personaggi compaiono, alcuni nel tempo di una pennellata, o di un respiro, per poi scomparire o quasi (il maestro Ferrara, le comari del borgo,…). Dal contesto spiccano, ovviamente, i personaggi chiave. Qualcuno ha scritto che “Bastasi in alcuni momenti sembra che più che scrivere dipinga un quadro impressionista con tutti i suoi minimi particolari”. La visione sociale di cui ho parlato prima, più che da una mera descrizione, dovrebbe risaltare appunto da un quadro del genere.
Quali sono i personaggi della storia ai quali ti senti maggiormente vicino?
In generale ai personaggi femminili, vere vittime di quell’ambiente. In particolare A Eva, a Caterina la matta e a Maria la Longa. A Eva perché è l’unico personaggio che si ribella al contesto conformista in cui è costretta a vivere. A Caterina perché vittima innocente della violenza nascosta e dell’ipocrisia che la circonda. A Maria la Longa perché è la “strega” della situazione, personaggio inquietante ma profondamente umano. E poi, ai giorni nostri, c’è Valentina, la figlia di Eva, protagonista di una tenera storia d’amore che dà un barlume di speranza a tutto il racconto…

lunedì 21 febbraio 2011

INTERVISTA DI LUCIANO SARTIRANA



L'autore come testimone critico

Luciano Sartirana intervista
ALESSANDRO BASTASI
  

http://www.edizionidelgattaccio.it/eg-ibastasi.html

Parlaci di “La gabbia criminale”, il tuo ultimo libro…
"La gabbia criminale" (Eclissi editrice) è un noir. No, è un romanzo storico di denuncia sociale. No, è un romanzo psicologico. In realtà è tutto questo mescolato in un cocktail che mi auguro sia di gradimento a un pubblico vasto, non legato a uno specifico genere.
È un noir in quanto a struttura e atmosfera: c’è un duplice omicidio commesso nel 1953, compaiono efferatezze di vario tipo, il tutto avvolto in un’atmosfera torbida in cui ciò che appare non coincide mai con quello che in realtà è.
È un romanzo di denuncia sociale perché, almeno nella mia intenzione, mette in luce gli aspetti peculiari di una comunità di piccola provincia: l’essere un microcosmo chiuso con le sue regole, le sue ipocrisie e le sue paure, le bugie, il familismo amorale, il conformismo, la falsa solidarietà che si sfalda alla prima occasione.
Ed è un romanzo psicologico perché in realtà tutta la prima parte si svolge in larga misura nella mente del protagonista, Alberto, l’io narrante: dove il tempo non esiste, il presente e il passato si confondono; dove una girandola di personaggi fa la sua comparsa, alcuni per il tempo di un respiro; dove anche la casa, quella in cui Alberto è tornato a vivere dopo tanti anni, che nella letteratura psicanalitica tipicamente rappresenta l’io, è un personaggio, con le sue ombre, i suoi odori, i suoi fantasmi.

Cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere? 
Ho scritto fin dai vent’anni, quando componevo i miei racconti e con questi rompevo le balle all’intellighentjia della città in cui sono nato, Treviso, dove peraltro è ambientato "La gabbia criminale". A scrivere mi spingevano soprattutto le suggestioni letterarie degli autori che allora mi avevano colpito, da Pavese a Sartre, da Dos Passos ai calssici russi… Poi arriva la passione per il teatro, anni sul palcoscenico del teatro Ridotto di Venezia… e poi, nel 1976, a Milano per ragioni di lavoro, riprendo a scrivere su un quotidiano e su riviste di settore come cronista teatrale. Senza comunque smettere di scrivere racconti. Il salto alla scrittura di romanzi avviene dopo una mia esperienza in Russia, tra il 1990 e il 1994, quando elaboro il mio primo romanzo, "La fossa comune", in cui cerco di tracciare la storia che in quegli anni porta il paese dall’Unione Sovietica di Gorbachev al regime mafioso pre-capitalista di Eltzin, con particolare attenzione allo stravolgimento sociale e delle coscienze che questo ha comportato. Tutto ciò narrato attraverso le vicissitudini di un italiano ex sessantottino che si fa coinvolgere in un attentato a Eltzin. Una sorta di thriller politico-sociale-psicologico.

I temi che più ti appassionano, che ti fanno venire voglia di scriverne…
Temi sociali della storia recente, senza dubbio. Non riesco a scrivere altro, né mi interessa. Temi che possono scaturire dalle cronache di tutti i giorni. Il nuovo romanzo che ho appena finito di scrivere, ad esempio, ha come argomento di fondo il tema dell’immigrazione nella provincia veneta; il plot narrativo è ancora una volta costruito sul modello del noir, ma la finalità ultima consiste nel voler illustrare le condizioni di vita dei migranti alla luce delle recenti leggi sulla “sicurezza”. Alessandro Magherini, redattore editoriale e poeta, presentando La gabbia criminale ha detto che, fatte ovviamente le dovute proporzioni, i miei romanzi sono “manzoniani”, nel senso che la storia è uno dei protagonisti, se non “il” protagonista.

Che persone sono i tuoi protagonisti e i tuoi colpevoli? 
I miei protagonisti sono persone la cui vita è drammaticamente intrecciata al contesto in cui vivono, da cui si fanno condizionare o contro il quale danno vita a una ribellione che le rende invise alla massa conformista. I miei colpevoli sono quasi tutti appartenenti al primo tipo: è il condizionamento cui sono sottoposti, è il conformismo assunto loro malgrado a regola di vita a renderli dei criminali. Per questo li condanno, non solo e non tanto per i crimini che hanno commesso quanto perché non hanno saputo reagire alla melma che li circonda.

Quali sono le autrici e gli autori che leggi con più piacere, e/o che ti hanno aiutato a migliorare il tuo stile? 
Difficile dirlo, non saprei chi mi ha aiutato a migliorare lo stile. Sono molto legato ai classici, a partire dai poemi omerici per arrivare ai romanzi russi. Pensa che per scrivere La fossa comune ho volutamente cercato di echeggiare la struttura, il clima, lo stile dei romanzi di Dostoevskij! Con "La gabbia criminale", però, mi è stato detto che sto arrivando a uno stile più personale, più fluido, più “semplice”, che non vuol dire semplicistico. Gli autori contemporanei che amo particolarmente sono Saramago e Tabucchi, e tra gli autori di noir Massimo Carlotto e Maurizio De Giovanni.

Secondo te, che ruolo ha o – più direttamente – a cosa serve uno scrittore nella società di oggi, dove l’attenzione è distratta da molti più media e modi di passare il tempo rispetto a una volta? 
Dice Massimo Carlotto: “L’autore deve attraversare il suo tempo occupandosene”. Questo anche secondo me è il ruolo dello scrittore nella società d’oggi. Essere testimone critico, non essere mai compiacente e nemmeno limitrofo al potere. E per svolgere questa funzione usare tutti i mezzi possibili, dai social network alla televisione, se ci riesce, fino ai sit-in in piazza. Come fa Roberto Saviano, del resto. Ma non tutti siamo dei Saviano, anzi, pochissimi, quindi lo scrittore che vive il suo ruolo come testimonianza deve decidere comunque di “contaminarsi”, uscire dalle biblioteche, scoprire e soprattutto accettare nuovi strumenti, gli audio-book, gli e-book… Io sono nato alla fine della prima metà del secolo scorso, quindi sono ovviamente legato ai libri di carta, ma la fruizione del libro andrà sempre di più nella direzione del digitale.

Hai altri interessi artistici, oltre alla letteratura? 
Beh, il teatro è sempre nel mio cuore. Saltuariamente ancora oggi calco le scene, un paio d’anni fa ero il dottor Diarroichus nel "Malato immaginario", attualmente sono Il Giudice in "Virginia", un atto unico scritto da Dolores Fusetti, Giorgio Battarino e Luciano Sartirana, andato in scena il 20 novembre al teatro Santuccio di Varese, un testo che analizza i rapporti tra il giudice, l’avvocato e una ragazza arrestata per droga nella fase delle indagini preliminari.

La principale difficoltà che trovi nello scrivere…
Una volta individuato il tema attorno al quale costruire il romanzo, le difficoltà maggiori sono strutturare una trama che stia in piedi, che sia coinvolgente, che tenga avvinto il lettore, che sia in sintonia col senso che voglio esprimere, e inventare i personaggi. Tutto questo avviene di solito nella mia testa, anche per parecchi mesi, un periodo di elucubrazione che mi vede a volte bloccare l’auto con cui sto andando in autostrada per fermarmi al più vicino autogrill e prendere freneticamente degli appunti su uno snodo possibile della storia, o sulla caratterizzazione di un personaggio. Fatto questo, la scrittura vera e propria, al computer, mi viene quasi automaticamente, a volte sono i personaggi stessi a suggerirmi strada facendo situazioni, dialoghi, scarti improvvisi che non avevo previsto…

Raccontaci una normale giornata da Alessandro Bastasi…!
Dovendo purtroppo fare anche altro per vivere, la mia giornata è scissa tra il tempo che dedico all’attività che mi permette di mangiare (e di scrivere) e il tempo che dedico alla scrittura, che necessariamente è quello serale, o notturno, o dei week-end, o delle vacanze. In realtà, mentre sto pensando al “lavoro”, spesso penso anche al romanzo che sto scrivendo, verbi da usare, sostantivi da cambiare, aggettivi da eliminare, in un diluvio di post-it… A volte però mi coglie una frenesia tale da costringermi a prendermi alcune giornate da dedicare solo alla scrittura, e in quei momenti non ci sono per nessuno. Fortunatamente posso permettermelo, non avendo padroni che me lo impediscano e potendo contare invece su dei bravi collaboratori cui delegare…

giovedì 4 novembre 2010

INTERVISTA su FB

... la trovate qui!


Oggi incontriamo Alessandro Bastasi, autore del romanzo La gabbia criminale.

Per cominciare, cerchiamo di mettere in chiaro alcune cose. Fissiamo le poche inconfutabili certezze, intorno allo sfuggente contesto di un romanzo giallo…

1) Ci offri una tua scheda biografica? Carta d’identità, prego.

Sono nato a Treviso nel 1949, laureato a Padova in fisica. Già alla fine degli anni Sessanta mi venne la passione per il teatro, poi sono entrato  in una compagnia professionista con il grande Gino Cavalieri con il quale per parecchi anni ho recitato Goldoni e altri autori veneti. Contemporaneamente mi sono dedicato al teatro politico e militante degli anni Settanta. Nel 1976 mi sono trasferito a Milano dove tuttora vivo, e qui ho iniziato a scrivere di cronache e argomenti teatrali su varie riviste, compresa Sipario. Professionalmente oggi mi occupo di ICT come amministratore delegato di una società del settore, saltuariamente però continuo a recitare sia in teatro sia nei film di un amico filmaker milanese, Luciano Sartirana. 

2) Quando hai cominciato a nutrire la passione per la parola scritta e a mettere i tuoi pensieri su carta? E come sei approdato al Giallo? Era una destinazione già tracciata sulla carta o ci sei arrivato dopo lungo peregrinare?

Dai vent’anni in poi ho sempre scritto qualcosa, racconti, articoli, e nel 1995 un saggio per il movimento “Italia Democratica”, I mezzi di comunicazione di massa – antitrust e pluralismo. La mia permanenza in Russia tra il 1990 e il 1994 per motivi di lavoro mi ha dato poi lo spunto per scrivere il mio primo romanzo, “La fossa comune”, pubblicato nel 2008. “La gabbia criminale” è il mio primo noir. Non era una “destinazione già tracciata sulla carta”, semplicemente ho pensato che per raccontare un certo ambiente sociale la struttura “noir” del romanzo fosse la più adatta, se è vero che nel noir più che la scoperta del colpevole è importante il “perché”  di un certo evento delittuoso.

3) C’è una parte di te, biografica o trasognante, che riversi nei tuoi romanzi? Insomma,  Alessandro si trova solo sulla copertina o si può rintracciare anche tra le pagine?

Più che una parte di me come Alessandro si può rintracciare il contesto in cui, in qualche fase della mia vita, sono vissuto, e che quindi conosco bene. I miei romanzi sono realistici, inseriti in un preciso e riconoscibile contesto sociale e politico, che fa parte integrante delle storie che racconto. E i personaggi rappresentano in qualche modo la sintesi di figure reali che mi hanno colpito, magari per dei particolari, o per degli aneddoti che mi hanno raccontato. Questi spunti poi li elaboro in funzione della storia che ho in testa.

4) In particolare, “La gabbia criminale” è ambientato alla periferia di Treviso, e le vicende affondano le radici in un periodo storico nel quale si cercarono giustizie sommarie e vendette, con noncuranza delle vie legali… Ecco, a quali fonti “sul territorio” hai attinto?

Ai miei ricordi d’infanzia, prima di tutto. Poi, per calarli in una realtà storicamente corretta, ho attinto ad articoli dell’epoca e a fatti storici realmente accaduti. Ad esempio, nel romanzo si accenna alla vendetta atroce di un partigiano sui miliziani che gli avevano violentato la moglie. Semplicemente li stende a terra e stacca loro la testa con una vanga. Questo è un fatto realmente accaduto, raccontatomi da lui stesso.

5) Come nasce a tavolino un tuo romanzo? La trama ti si svela cammin facendo o fissi uno schema generale fin da subito? Quando inizi la prima pagina hai già in mente l’ultima?

Il romanzo nasce nella mia testa, prende lentamente forma, i personaggi cominciano a farsi strada. Quando ho un’idea abbastanza precisa, comincio a lavorare al computer, a volte senza sapere come va a finire. Sono poi i personaggi stessi a suggerirmi un percorso o un altro. Dopo la prima bozza, rivedo il tutto, collego meglio le situazioni, integro alcuni passaggi, ne elimino altri…

6) Ora che “La gabbia criminale” è ancora fresco di stampa, a “parto” avvenuto… cosa ti piace di più della tua creazione? Quale aspetto pensi di aver reso meglio e su quale non sei del tutto soddisfatto?

La parte che penso di aver reso meglio è la narrazione di un ambiente tramite la girandola corale dei personaggi, che a volte compaiono per la durata di un respiro. Rileggendo il libro, sono meno soddisfatto di alcuni passaggi in cui la forma sarebbe potuta essere migliore. E allora storco il naso.

7) Com’è il tuo lettore ideale, al quale affidare la tua creatura? Chi vorresti che tenesse tra le mani un tuo romanzo?

Non ho un lettore ideale, il romanzo (a differenza del primo, “La fossa comune”, che era una lettura sicuramente più impegnativa) è per tutti, quello che mi interessa è che possa almeno suscitare qualche dubbio, incrinare delle certezze, e che il lettore ci possa mettere qualcosa di suo, della sua esperienza.

8) Sul tema delle “costrizioni sociali”… che idea hai della “gabbia”, criminale o meno, nella vita degli individui? Una costrizione inevitabile? Un comodo alibi per la coscienza? Altro?

Spesso le cosiddette costrizioni sociali sono un alibi comodo per la coscienza, per sopire l’esigenza di ribellione che molte situazioni dovrebbero ingenerare nelle persone mediamente informate. La frase che mi fa andare più in bestia è “E’ così, non si può cambiare, che cosa ci vuoi fare…”

9) Ridiscendiamo dai massimi sistemi esistenziali e torniamo alla tua professione. Per uno scrittore il debutto è sempre difficile: bisogna trovare l’editore che ti dia fiducia, evitare le fregature economiche… Quali sono state le tue maggiori difficoltà? E che consigli ti senti di dare a chi ha un sogno (su risma di fogli) nel cassetto?

Le maggiori difficoltà per un esordiente penso siano riassumibili nella non conoscenza del mercato editoriale e dei suoi meccanismi, per cui mandi il tuo manoscritto a chiunque - senza approfondire la linea editoriale della singola case editrice, la distribuzione, a volte senza nemmeno rispettare le indicazioni che trovi sul sito della casa editrice stessa per la spedizione dei manoscritti - con la convinzione di aver scritto un capolavoro e aspettandoti i tappeti rossi. Ovviamente non è così, bisogna essere umili, selettivi, pazienti, e soprattutto non cadere nella trappola degli editori a pagamento, capaci solo di spillarti del denaro. Io ho avuto la fortuna di trovare Eclissi, piccola casa editrice seria, capace, che investe tutte le sue energie nella mission editoriale che si è data, che non pubblica cento titoli l’anno ed è quindi in grado di seguire bene i suoi autori. E sono contentissimo, anche per il bel rapporto umano che si è instaurato.

10) Cosa bolle nel pentolone, dell’inchiostro ma non solo? Progetti per il futuro?

Ho da poco terminato il mio terzo romanzo, dal titolo provvisorio “Città contro”. Lo scenario del romanzo è il mondo dell'immigrazione nel trevigiano, dove due omicidi danno il via a un vortice di indagini e di avvenimenti che porterà alla luce tutto il marcio che si annida nelle parole d'ordine dei sedicenti alfieri della sicurezza e della lotta all'immigrazione. E’ una sorta di sequel de “La gabbia criminale”, almeno sul piano di alcuni personaggi.
L’idea che ho in testa è di scrivere una trilogia che racconti nel bene e nel male l’ambiente sociale della provincia veneta, quello che ho iniziato a “scoprire” con “La gabbia criminale”.

Domande 10 e… lode… Alessandro per concludere puoi (devi!) porti da solo la domanda che preferisci.

Domanda: La scrittura per te rappresenta soltanto una parentesi nella tua vita?
Risposta: Certo che no. Con la scrittura ho davvero scoperto quello che voglio fare da grande.

Grazie Alessandro!